Censura letteraria

Censura e rito iniziatico nelle “letture proibite” del Seicento
di Enzo Kermol

Pal.-Ferrante

Premessa
Con il termine di censura ci si riferisce ad un esteso e disomogeneo insieme di meccanismi di controllo comprendenti forme che vanno dalla censura intrapsichica, cioè quella funzione che tende ad impedire ai desideri inconsci di affiorare al sistema preconscio-conscio, alla censura economica, cioè quella serie di “pressioni” svolte per favorire od ostacolare un prodotto sul mercato. L’uso più comune del termine prevede il caso di un controllo esercitato da un’autorità su opere artistiche o letterarie per motivi politici, religiosi o morali.
L’Inquisizione cattolica romana, istituita nel 1542 contro il diffondersi della Riforma in Italia, portò, nel 1548, all’emanazione del primo Index autorum et librorum su ciò di cui era proibita, e di conseguenza su ciò di cui era permessa, la lettura.
Il caso che esamineremo risulta essere piuttosto singolare nel panorama dell’attività dell’Indice dei libri proibiti e difficilmente ricollegabile ad episodi analoghi in altre epoche, se non con modalità talmente divergenti da rendere inutile la comparazione.
L’Ufficio dell’Inquisizione delle diocesi di Aquileia e Concordia istruì centoventidue processi fra il 1648 e il 1659 per il reato di lettura, o per il possesso, di libri posti all’Indice. Si tratta della maggior concentrazione di processi con tale imputazione nell’arco dell’attività di questo Ufficio inquisitoriale. Infatti dal 1551, anno di istituzione, al 1798 anno di soppressione, si contano solo poche decine di processi per questo reato, con una sola altra concentrazione, numericamente di gran lunga inferiore, nel periodo 1577-1616 riguardante testi di carattere religioso ed ereticale.

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Luoghi e contenuti
La particolarità dei processi di metà seicento si ritrova innanzitutto nei titoli dei volumi citati nelle deposizioni. La maggior parte risulta appartenere alla produzione letteraria di Ferrante Pallavicino e, in misura minore, degli altri membri dell’Accademia degli Incogniti di Venezia. I libri più citati scritti dal Pallavicino sono La rete di Vulcano, Il corriere svaligiato, La retorica delle puttane, La pudicizia schernita, Il divorzio celeste, Il principe ermafrodito. Argomento di questi libri, accanto ad una forte critica sociale, spesso espressa attraverso l’uso di metafore, la liberalizzazione dei costumi, in particolare di quelli sessuali.
La corrente culturale – filosofica a cui appartengono questo e gli altri autori, può essere considerata derivare dal libertinismo dotto, di vasto respiro, del cosiddetto “ridotto morosiniano”, sito in Venezia tra la fine del XVI secolo e il primo decennio del XVII, ove si ritrovavano studiosi quali Paolo Sarpi, Fulgenzio Micanzio, Galileo Galilei, Andrea Morosini, e altri di pari fama.
Poiché accanto al libertinismo dell’intelletto esiste quello di costume, espresso in varie accezioni, possiamo considerare gli “Accademici Incogniti”, e i loro lettori friulani, forse più vicini al cosiddetto libertinismo “nobiliare”, descritto dallo Schneider, che ad altre forme dello stesso fenomeno. Oltre ad un’analisi storica di questi avvenimenti, peraltro già compiuta (1), è possibile tentare un approccio diverso, più empirico, ma che può rivelarsi meno prevedibile nei risultati. Ipotizziamo che il libro proibito faccia parte della struttura simbolica di comunicazione in un gruppo ristretto. Lo consideriamo come uno degli elementi più significativi ed appariscenti del codice di comunicazione di un gruppo sociale particolare.
Lo Schneider (1972) dà una precisa classificazione dei significati contenuti nel termine “libertinage”. Quello più vicino ai lettori friulani del Seicento si riassume “nell’atteggiamento di rifiuto del comportamento e del modo di pensare comuni assunto da molti nobili per volontà di distinguersi” (2). Intendendo tutta una serie di atteggiamenti tenuti da una parte di una classe che si sentiva minacciata nei suoi privilegi economici e politici. Ma questa accezione, seppure importante, non soddisfa appieno i nostri intenti. Infatti se da un lato il comportamento di questi “lettori friulani” della metà del XVII secolo corrisponde alla descrizione fatta dallo Schneider, così come la composizione sociale del gruppo comprende un alto numero di nobili, resta tuttavia un po’ privo di spiegazioni il comportamento di una parte cospicua di lettori non nobili appartenenti alla classe borghese in ascesa, come i medici, i notai, ed altri gruppi similari.
Il rituale, nel caso della lettura dei libri proibiti facilmente assimilabile alla struttura del codice ristretto poiché “qualsiasi gruppo strutturato […] finisce con lo sviluppare una sua propria forma di codice ristretto che abbrevia il processo di comunicazione condensando le unità di significato in forme codificate e predisposte” (3). Inoltre osserviamo che “questo codice fa sì che determinati schemi di valori vengano rinforzati e consente ai membri di interiorizzare la struttura del gruppo e le sue norme in un reale processo di interazione”.
A prima vista l’insieme dei “lettori friulani” può apparire privo di connotazioni atte a strutturarlo in gruppo, oltre a quelle riferite alla lettura dei libri posti all’Indice. Non vi sono cioè caratteristiche precise di riconoscimento esteriore immediato, come accade alla “società” formata dai membri di un governo locale, dai componenti di un’istituzione universitaria, dai religiosi di una comunità ecclesiastica, e cosi via. In sostituzione di questi elementi abbiamo invece una serie di fattori comuni che creano un più vasto e perfettamente localizzabile gruppo, il cui comportamento sociale verso l’esterno, e la sua coesione interna, sono il più tangibile segno di riconoscimento: esso ha origini comuni, quali localizzazione territoriale, studi in un’unica università, cioè Padova, una fascia d’età estremamente condensata, determinati interessi verso una località precisa, nella fattispecie Venezia, status sociale, condizioni economiche, tutta una serie di elementi che fanno presupporre valori comuni, ed appaiono evidenti nel rituale di lettura dei libri proibiti.
Ciò che dobbiamo considerare, posto che il rituale sia una forma di codice ristretto, è che la “condizione per il formarsi di un tale codice sia che i membri del gruppo si conoscano talmente bene da condividere un patrimonio comune di credenze di fondo che non richiedano di essere formulate esplicitamente” (4). Una condizione di tale genere risulta evidente in questi “lettori” è non solo da ciò che traspare dai singoli resoconti processuali, meglio di tutti nel caso del medico udinese Enrico Palladio (5) dove, grazie alla concessione di un maggior spazio di discussione all’imputato, si ha una descrizione precisa del comportamento di questi friulani del Seicento, riuniti in occasione di una festa a casa di Padre Antonio Rocco a Venezia, ma anche dall’analisi stessa di quei romanzi, oggetto della comunicazione privilegiata che, come quelli del Brusoni o dello stesso Pallavicino, rispecchiano lo stile di vita e i modelli di riferimento dei lettori medesimi.

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Tipologia di codice
Due autori, Eco (1979) e Iser (1978), hanno lungamente analizzato i rapporti fra lettore e testo attraverso “la cooperazione interpretativa nei testi narrativi” e con l’esposizione di “una teoria della risposta estetica”. Come ci illustra amabilmente Eco (6) le informazioni che ricaviamo dal testo narrativo sono di gran lunga superiori a quanto il testo contenga. Esse derivano dall’interpretazione che il lettore da allo scritto completandolo nelle parti a suo avviso mancanti e quindi reinterpretando la versione completa del messaggio, dando luogo quindi a versioni narrative diverse tra lettore e lettore a seconda dell’enciclopedia informativa in suo possesso.
Sostanzialmente la lettura di un testo rappresenta il confronto fra due codici, quello dell’emittente (l’autore) e quello del ricevente (il lettore). Tanto maggiore sarà la differenza tra gli elementi costituenti i codici, tanto maggiore sarà la differenza nell’interpretazione del testo. Per Iser (7) la funzione dell’opera letteraria soprattutto quella di rinnovare le tavole di valori, il senso della vita, attraverso l’esame critico delle fondazioni morali o comportamentali dei personaggi del testo narrativo. Questi elementi ci permettono di affermare che nei testi scritti dal Pallavicino fra messaggio proposto dall’autore e interpretazione (ed uso) fattone dai “lettori friulani” intercorre una notevole diversità d’intenti.
Tuttavia non ci soffermeremo sul problema dell’interpretazione del testo, di un testo la cui analisi sarebbe peraltro piuttosto interessante, ma sull’uso di questo testo nell’ambito della struttura dei processi comunicativi.
Solo apparentemente la lettura di questi libri può essere considerata come di trasgressione alle norme. Infatti il codice ristretto che essa rappresenta “viene usato economicamente per trasmettere informazioni e per sostenere una determinata forma sociale: ad un tempo un sistema di controllo e di comunicazione, analogamente al rituale crea solidarietà” (8) nel gruppo sociale di questi “lettori”.
Apriamo qui una breve parentesi per definire i concetti di “codice ristretto” e “codice elaborato” usati, poiché ci si riferisce dapprima ai due diversi tipi di classificazione nei codici linguistici in cui essi sono originari, per poi analizzare le derivazioni e il contesto in cui essi sono stati applicati liberamente. Nel “codice elaborato” il parlante sceglie entro un vasto campo di alternative sintattiche, organizzate flessibilmente: questo linguaggio richiede una programmazione complessa. Nel “codice ristretto” il parlante attinge da un assorbimento molto più angusto di alternative sintattiche, e queste sono organizzate in modo più rigido (9).
Il “codice ristretto” strettamente legato all’ordinamento sociale, e il linguaggio ha una duplice funzione: utilizzato per trasmettere le informazioni, ma soprattutto esprime la struttura sociale e la rafforza. Questa indubbiamente la funzione assunta dalla lettura dei libri proibiti, in cui più che il contenuto informativo viene privilegiato il rituale di lettura e il possesso di determinati libri, oltre a ciò che circonda il compimento di questa serie di azioni. Riguardo invece al “codice elaborato” esso si colloca in una posizione in cui la funzione di mantenimento della struttura si va lentamente eliminando, poiché il suo scopo quello di “organizzare i processi mentali, di distinguere e combinare i concetti” (10). Evento questo lontano dagli scopi dei lettori seicenteschi di questa letteratura.
Gli eventi connessi a tutti i passaggi dei libri proibiti hanno essenzialmente l’effetto di richiami di status per coloro che ne fruiscono, “il loro effetto di trasmettere la cultura, o una cultura locale, in modo tale da accrescere la somiglianza di chi li riceve con gli altri membri del gruppo” (11). Ma quali sono le caratteristiche di questo gruppo?
Socialmente vasto, il cui stile di vita stato descritto dal Tassini e dallo Spini nonché dal Pellegrini (12). Di quest’ultimo in particolare il riferimento ad un episodio che coinvolse il poeta Eusebio Stella e Alvise Spilimbergo in una rissa con un gruppo di giovani a causa di una prostituta incontrata in una notte a Spilimbergo. Commentando il fatto alla luce della vita notturna nel Friuli seicentesco il Pellegini lo considera “ambiente concretissimo che incontreremo nei versi friulani di Eusebio”.
Interessante la collocazione del poeta come elemento di spicco nel quadro sociale di quel periodo storico in cui “linguaggio e pensiero sono stati elaborati fino a strumenti specializzati per scelte decisionali, ma la struttura sociale conserva una forte presa sui suoi membri, tanto da non ammettere sfida ai suoi principi fondamentali” (13). Si può quindi riscontrare che il linguaggio elaborato risente pesantemente del “codice ristretto” a causa dei vincoli con la struttura sociale.
Il “codice ristretto” rappresentato dalla lettura dei libri proibiti (limitatamente a quelli dei libertini veneti) non investe la struttura rappresentata dalla Chiesa cattolica, ed per questo che non ne viene perseguitato. Diversamente accade per gli autori genuinamente avversi ad ogni forma di controllo sociale. Basti pensare alla tragica fine di Ferrante Pallavicino, dapprima attirato in un agguato, imprigionato, torturato ed infine decapitato ad Avignone in territorio papale nel 1644.

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Osservazioni conclusive
Nel meccanismo processuale dell’Inquisizione cattolica viene esercitato il controllo da parte di una struttura rigida anche sui minimi accenni alla trasgressione delle norme di comportamento. Ma alla data dei processi tali mezzi di controllo avevano dimostrato ormai la loro efficacia sia come vettori repressivi che come instauratori di modelli di comportamento. Tanto più che la mitezza della pena (si tratta di semplici atti di pentimento), nonché le protezioni di cui godevano gli imputati, e il loro rango sociale, li poneva al di fuori di ogni giudizio da parte dell’autorità ecclesiastica.
Queste particolari caratteristiche fanno prendere l’aspetto quasi di un “gioco di società” all’intera vicenda degli imputati nei processi per la lettura dei libri proibiti, scritti dagli “Incogniti veneti”, nel Friuli seicentesco.
L’appartenenza a una fascia d’età giovanile e omogenea, le protezioni che stendono un velo sull’attività di questi lettori, la sostanziale impressione di cultura di maniera e mondana espressa dai fruitori di questa letteratura, lo stesso contenuto dei libri, insieme al gusto “trasgressivo” per un proibito che per presenta scarsi rischi, porta a formulare l’ipotesi che il “gioco” del libro posto all’Indice assuma il valore di un rituale. La giovane et dei lettori, il contenuto spesso “sessuale” dei libri, induce a pensare ad una sorta di rito di passaggio, che possiamo definire impropriamente, ma coloritamente, come di “iniziazione sessuale” delle classi colte: “qualsiasi azione porta l’impronta dell’apprendimento, dal mangiare al lavarsi, dal movimento al riposo e soprattutto alle attività sessuali. Nessun comportamento più di quello sessuale viene trasmesso attraverso un processo di apprendimento sociale ed esso è, naturalmente, strettamente legato alla morale dominante” (14).
D’altra parte la “tendenza alla promiscuità sessuale non è una reazione alla repressione, anzi la si incontra più di frequente là dove la repressione è meno evidente” (15), perciò in quel settore sociale che possiede maggiori privilegi senza dover contemporaneamente ottemperare a obblighi e costrizioni particolari.
In conclusione l’intera vicenda dei lettori di libri proibiti dell’Accademia degli Incogniti nel Friuli seicentesco può essere ricondotta ad un fenomeno “di costume” che non contiene nulla di eversivo, anzi rafforza in coesione un gruppo elitario perfettamente inserito nella struttura sociale del tempo con ruoli e mansioni direttive, anche se, ricordiamolo, una troppo spinta generalizzazione di questi dati porterebbe ad errore. Infatti accanto ai lettori “morigerati libertini” che abbiamo visto ne esistono altri, all’interno degli stessi processi, la cui varietà di letture e capacità di elaborazione fanno pensare ad attività originali nel campo dello studio e del pensiero, che si discostano da questi e poco concedono al gusto “modaiolo” in auge nel gruppo sociale esaminato.

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Note

1) E. Kermol, La rete di Vulcano. Inquisizione, libri proibiti e libertini nel Friuli del Seicento, Udine, Edizioni Borgo Aquileia, 1989.
2) G. Schneider, Il libertino, Bologna, Il Mulino, 1974.
3) M. Douglas, Natural Symbols, Harmondsworth, Peguin Books, 1970. Tr. it., I simboli naturali, Torino, Einaudi, 1979, p.79.
4) M. Douglas, 1979, p. 80.
5) Processo n. 37, busta 31 “Secundum Millenarium”, Sant’Uffizio, Archivio della Curia Arcivescovile di Udine (ACAU).
6) U. Eco, Lector in fabula, Milano, Bompiani, 1979.
7) W. Iser, The Act of Reading, Baltimora, Johns Hopkins University Press, 1978. Tr. it., L’atto della lettura, Bologna, Il Mulino, 1987.
8) M. Douglas, 1979, p. 81.
9) M. Douglas, 1979, p. 42.
10) M. Douglas, 1979, p. 42.
11) B. Bernstain,Social Class and Psycho-therapy,  “British Journal of Sociology”, XV, 1964, pp. 54-64.
12) G. Tassini, Cenni storici e leggi circa il libertinaggio in Venezia dal secolo decimoquarto alla caduta della Repubblica, Venezia, Filippi, 1888;
G. Tassini, Feste, spettacoli, divertimenti e piaceri degli antichi veneziani, Venezia, Filippi, 1890;
G. Spini, Ricerca dei libertini, la teoria dell’impostura delle religioni nel Seicento italiano, Roma, Universale di Roma, 1950;
R. Pellegrini, Eusebio Stella poeta nel Friuli del Seicento, Udine, Il Campo, 1980.
13) M. Douglas, 1979, p. 48.
14) M. Mauss, Le tecniques du corps, “Journal de Psychologie”, XXXII, 1936.
15) M. Douglas, 1979, p. 124.

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